La Corte d’Appello di Roma accoglie l’opposizione proposta dallo Studio e afferma un importante principio in materia di liquidazione dei compensi professionali.

La corretta liquidazione del compenso dell’avvocato costituisce un tema di particolare rilievo, non solo per la tutela della professione forense, ma anche per il rispetto dei principi di legalità e di effettività della difesa.

In questo ambito, il nostro Studio ha recentemente ottenuto un importante risultato dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, che ha accolto l’opposizione proposta avverso un decreto di liquidazione, riconoscendo il diritto del difensore alla corresponsione del compenso relativo anche alla fase decisionale, nonostante il giudizio di appello si fosse svolto mediante trattazione cartolare.

Il caso

Il decreto di liquidazione emesso dalla Corte d’Appello aveva riconosciuto esclusivamente i compensi relativi alla fase di studio e a quella introduttiva del giudizio, omettendo del tutto la fase decisionale, senza fornire alcuna motivazione.

Tale impostazione è stata ritenuta non conforme alla disciplina vigente.

Nel procedimento di appello, infatti, il nostro Studio aveva regolarmente depositato le conclusioni difensive nell’ambito della trattazione scritta dell’udienza, svolgendo un’attività processuale destinata a incidere direttamente sulla decisione del Collegio.

Per tale ragione è stata proposta opposizione, evidenziando come il D.M. n. 55/2014 ricomprenda nella fase decisionale tutte le attività difensive finalizzate alla decisione del giudizio, indipendentemente dal fatto che esse si svolgano oralmente o mediante il deposito di conclusioni scritte.

La decisione della Corte

La Corte d’Appello ha accolto integralmente l’opposizione, affermando un principio di particolare interesse pratico.

Secondo il Giudice, il deposito delle conclusioni difensive nell’ambito della trattazione cartolare costituisce a tutti gli effetti attività riconducibile alla fase decisionale, essendo pienamente equivalente, sotto il profilo funzionale, alla tradizionale discussione orale.

La trattazione scritta, infatti, rappresenta una forma completa di esercizio del contraddittorio e consente al difensore di sviluppare le proprie argomentazioni finali affinché siano valutate dal Collegio ai fini della decisione.

Ne consegue che l’esclusione della fase decisionale dalla liquidazione del compenso risulta incompatibile sia con i parametri previsti dal D.M. n. 55/2014, sia con il protocollo applicabile presso la Corte d’Appello.

Il principio affermato

La pronuncia conferma un principio destinato ad assumere rilievo in numerosi procedimenti di liquidazione dei compensi.

Quando il giudizio penale di appello si conclude mediante trattazione cartolare, il deposito delle conclusioni scritte integra la fase decisionale prevista dal D.M. n. 55/2014 e deve essere regolarmente remunerato ai fini della liquidazione del compenso professionale.

Non rileva, dunque, che la discussione si sia svolta in forma scritta anziché orale: ciò che assume rilievo è l’effettivo svolgimento dell’attività difensiva finalizzata alla decisione del processo.

Un risultato che rafforza la tutela della professione forense

La decisione ottenuta rappresenta un importante precedente nella corretta applicazione dei parametri forensi.

Negli ultimi anni il ricorso alla trattazione cartolare è divenuto sempre più frequente nel processo penale. Proprio per questo motivo è fondamentale che le modalità di celebrazione dell’udienza non incidano negativamente sul riconoscimento del compenso spettante al difensore per l’attività realmente svolta.

Il nostro Studio continuerà a promuovere questo orientamento ogniqualvolta la liquidazione dei compensi non rispecchi l’attività professionale effettivamente prestata, contribuendo ad affermare una corretta applicazione della normativa e a tutelare il valore della funzione difensiva.

Riferimenti giurisprudenziali

Corte d’Appello di Roma – Sezione VII Civile – Sentenza n. 5972/2026 – Pubblicata il 16 luglio 2026

La decisione ha accolto l’opposizione proposta dal nostro Studio, riconoscendo che il deposito delle conclusioni scritte nella trattazione cartolare integra la fase decisionale prevista dal D.M. n. 55/2014 e comporta il diritto alla liquidazione integrale del compenso professionale.

La sentenza integrale

Per ricevere una copia integrale della sentenza n. 5972/2026 della Corte d’Appello di Roma – Sezione VII Civile, pubblicata il 16 luglio 2026, è possibile contattare lo Studio tramite i recapiti presenti sul sito.

Se non mi dai 3 euro sono “affari” tuoi! Per parcheggiare qui devi pagare!

L’attività di parcheggiatore abusivo, per definizione stessa, non può essere considerata lecita.

Ma quali sono i rischi e le sanzioni per colui che la esercita?

Anzitutto, il Codice della Strada stabilisce che chi esercita abusivamente l’attività di parcheggiatore o guardiamacchine è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 771,00 ad euro 3.101,00 e se nell’attività sono impiegati minori la somma è raddoppiata.

Tuttavia, se alla attività illecita si accompagna una pretesa economica attuata con violenza o minaccia, anche velata, può certamente configurarsi il grave reato di estorsione punito dal codice penale con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000,00 ad euro 4.000,00.

Spesso difatti l’automobilista, a fronte di un atteggiamento anche indirettamente minaccioso del parcheggiatore non autorizzato, si sente costretto a pagare in quanto teme che, in caso contrario, l’auto possa essere danneggiata.

Difatti, a differenza del mendicante, dinanzi al quale si può tirare diritto senza timore di ripercussioni, le richieste del posteggiatore abusivo sono invece rafforzate dal fatto che nel suo raggio d’azione si lascia la propria autovettura.

Per cui, afferma addirittura parte della giurisprudenza penale, quando il parcheggiatore non autorizzato si avvicina chiedendo denaro la minaccia è in re ipsa, ovvero è implicita, sicché il reato di estorsione può ritenersi consumato.

Studio Legale Liberatore (Avv. Domenico Liberatore)

L’Avvocato Domenico Liberatore al fianco della vittima in una vicenda di estorsione che ha richiamato l’attenzione dei media nazionali

Ci sono vicende giudiziarie nelle quali il ruolo dell’avvocato va oltre la dimensione tecnica del processo.

Sono situazioni nelle quali il diritto diventa uno strumento concreto di protezione della persona, di tutela della dignità e di riaffermazione della libertà.

È questo il significato più profondo del lavoro svolto accanto alle vittime di reati: ascoltare, comprendere, accompagnare e offrire gli strumenti giuridici necessari per affrontare momenti particolarmente delicati.

In questo contesto si inserisce la vicenda che ha coinvolto una storica attività di Testaccio, oggetto di un procedimento penale per ipotesi di estorsione, che ha avuto ampia risonanza anche sui principali organi di informazione.

L’Avvocato Domenico Liberatore ha assistito la persona offesa, accompagnandola nel percorso che ha portato alla denuncia e all’intervento dell’autorità giudiziaria.

La denuncia: un gesto di coraggio prima ancora che un atto giuridico

Nei casi di estorsione, il primo ostacolo che una vittima deve affrontare spesso non è soltanto giuridico, ma soprattutto umano.

La paura, la pressione psicologica e il timore di conseguenze personali o economiche possono portare chi subisce a vivere una condizione di isolamento, nella convinzione che sopportare sia più semplice che reagire.

È proprio questo il meccanismo sul quale fanno leva le condotte intimidatorie: creare una situazione nella quale la vittima perda progressivamente la capacità di sentirsi libera di scegliere.

Per questo motivo denunciare rappresenta un passaggio fondamentale.

Non significa soltanto avviare un procedimento penale, ma significa riaffermare un principio essenziale: nessuno deve essere costretto a rinunciare alla propria serenità, al proprio lavoro e alla propria libertà per effetto di minacce o pressioni illegittime.

Il ruolo dell’avvocato accanto alla persona offesa

L’assistenza legale alla vittima di un reato particolarmente grave richiede competenza, attenzione e sensibilità.

Il compito dell’avvocato non si limita alla rappresentanza processuale, ma inizia spesso prima, attraverso l’ascolto della persona, la valutazione dei fatti e l’individuazione del percorso giuridico più adeguato.

Chi subisce un’estorsione deve sapere di non essere solo.

Avere accanto un professionista significa poter affrontare il percorso giudiziario con maggiore consapevolezza, comprendendo ogni passaggio e ogni possibile tutela prevista dall’ordinamento.

Nel caso seguito dall’Avvocato Domenico Liberatore, la scelta della persona offesa di rivolgersi alla giustizia ha rappresentato il momento decisivo per interrompere una situazione di pressione e affidarsi agli strumenti dello Stato.

Una vicenda che ha avuto rilievo nazionale

La vicenda ha attirato l’attenzione di importanti testate giornalistiche nazionali e locali, contribuendo a riportare al centro del dibattito pubblico un tema fondamentale: il valore della denuncia nei confronti dei fenomeni estorsivi.

La stampa ha raccontato gli sviluppi della vicenda relativa alla storica pizzeria di Testaccio e l’importanza della scelta della vittima di non rimanere in silenzio.

L’attenzione mediatica ha consentito inoltre di evidenziare un messaggio importante: la denuncia, anche quando nasce in un contesto difficile e caratterizzato dalla paura, può rappresentare il primo passo verso il ritorno alla normalità e alla libertà.

“Denunciare richiede coraggio”

Come sottolineato dall’Avvocato Domenico Liberatore nell’intervista rilasciata a L’Eco dell’Alto Molise, affrontare situazioni di questo tipo richiede innanzitutto coraggio.

Il coraggio di raccontare ciò che accade.

Il coraggio di chiedere aiuto.

Il coraggio di affidarsi alla giustizia.

Ogni denuncia rappresenta una scelta di responsabilità e dignità, non soltanto per la persona direttamente coinvolta, ma anche per l’intera collettività.

La tutela delle vittime come impegno professionale

Come Studio Legale riteniamo che la difesa delle vittime di reati rappresenti una delle funzioni più importanti dell’avvocatura.

L’avvocato è chiamato a trasformare il diritto in uno strumento concreto di tutela, accompagnando la persona nei momenti nei quali maggiore è la necessità di competenza e protezione.

Dietro ogni procedimento penale vi è sempre una storia umana.

E spesso la giustizia inizia proprio dal momento in cui una persona trova la forza di dire: “non accetto più questa situazione e scelgo di reagire”.

La vicenda sui media

La vicenda è stata oggetto di attenzione da parte di diverse testate giornalistiche, tra cui importanti organi di informazione nazionali, tra cui la Repubblica e Il Messaggero.

L’approfondimento con l’intervista all’Avvocato Domenico Liberatore, dedicato al valore della denuncia e al coraggio necessario per affrontare situazioni di estorsione, è stato pubblicato da:

L’Eco dell’Alto Molise
“Estorsione da 160mila euro a danno di una nota pizzeria, l’avvocato Liberatore: denunciare richiede coraggio”

 

Avvocato Domenico Liberatore – Assistenza alle vittime di estorsione e reati contro il patrimonio

Lo Studio Legale offre assistenza alle persone offese da reati, garantendo tutela, consulenza e accompagnamento in ogni fase del procedimento penale.

 

 Guidare con il telefono cellulare in mano? Non si rischia più soltanto una multa, ma anche la sospensione della patente di guida.

La legge 25 novembre 2024, n. 177, entrata in vigore il 14 dicembre 2024, ha fortemente inasprito le sanzioni sul tema introducendo la sospensione della patente da 15 giorni a 2 mesi.

 L’articolo 173 del Codice della Strada, nella versione aggiornata, vieta espressamente al conducente di far uso, durante la marcia, di:

  • telefoni cellulari e smartphone;
  • computer portatili, notebook, tablet;
  • qualsiasi dispositivo che comporti anche temporaneamente l’allontanamento delle mani dal volante.

Rientrano nel divieto anche le operazioni di:

  • lettura o invio di messaggi;
  • utilizzo di social network, app di messaggistica o streaming;
  • consultazione di notifiche o contenuti multimediali.

L’unica eccezione ammessa è l’uso di dispositivi a viva voce o con auricolare, purché non richiedano l’impiego delle mani per funzionare e non compromettano l’attenzione alla guida.

Le sanzioni previste:

  • Sanzione pecuniaria: da € 250 a € 1.000.
  • Decurtazione di punti: 5 punti dalla patente.
  • Sospensione della patente: da 15 giorni a 2 mesi.

Recidiva nel biennio

  • Sanzione pecuniaria: da € 350 a € 1.400.
  • Decurtazione di punti: 10 punti dalla patente.
  • Sospensione della patente: da 1 a 3 mesi.

In caso di incidente:

  • il conducente può essere ritenuto gravemente colposo;
  • l’assicurazione potrebbe esercitare azione di rivalsa per colpa grave;
  • nei casi più gravi, possono configurarsi reati come lesioni personali stradali o omicidio stradale, con conseguenze penali.

L’utilizzo del telefono può dunque costituire un elemento probatorio della distrazione del conducente, aggravandone la posizione processuale e risarcitoria.

La sospensione è una misura accessoria automatica, applicata dall’organo di polizia al momento dell’accertamento dell’infrazione.

L’infrazione può essere riscontrata dalle forze dell’ordine attraverso:

  • osservazione diretta;
  • strumenti di videosorveglianza;
  • testimonianze;
  • analisi di tabulati telefonici, soprattutto in caso di incidente.

La recente revisione normativa risponde all’obiettivo di ridurre gli incidenti causati dalla distrazione dovuta all’uso di dispositivi elettronici durante la guida. Numerose statistiche dimostrano come l’interazione con il telefono comprometta sensibilmente i tempi di reazione e la percezione del rischio, aumentando esponenzialmente il pericolo di sinistri con conseguenze gravi o mortali.

Le modifiche introdotte dalla Legge 177/2024 rendono chiaro al conducente che la sicurezza stradale è una priorità: pochi secondi di distrazione possono tradursi in mesi di impossibilità a guidare legalmente e – nei casi più estremi – in responsabilità penale.

Guida responsabilmente!

Studio Legale Liberatore (Avv. Domenico Liberatore)

Battute sull’abbigliamento, fischi, apprezzamenti sull’aspetto fisico, il suono del clacson, schiamazzi, applausi o inseguimenti a piedi o con la macchina :apprezzamenti non sempre sono graditi, soprattutto se rivolti in contesti e in modi del tutto inopportuni.

Trattasi di vere e proprie molestie verbali che le donne subiscono in strada da parte di estranei, e che prendono il nome di CATCALLING.

La parola deriva dai versi emessi per richiamare (call) l’attenzione dei gatti (cat). Letterlamente  “richiamo del gatto”.

In Italia purtroppo, a differenza di molti altri Paesi, il catcalling non è considerato reato e pertanto non sono previste sanzioni per le molestie di strada.

Il catcalling può sfociare in vere e proprie condotte criminose soltanto quando assuma le caratteristiche di insistenza eccessiva, invadenza e intromissione continua e pressante nell’altrui sfera di quiete e libertà.

Studio Legale Liberatore (Avv. Domenico Liberatore)

Sanzioni amministrative da 250 a 1.000 euro se risulta un tasso alcolemico tra 0,5 e 0,8 g/l e ritiro dello sky-pass giornaliero.

In caso di incidente con lesioni ad altri sciatori scatta il reato e si può essere anche disposto il sequestro dell’attrezzatura da sci.

Il controllo del tasso alcolemico sugli sciatori viene effettuato tramite un etilometro, lo stesso strumento utilizzato per gli automobilisti.

Tra gli altri obblighi previsti dalla legge rientrano:

  • il possesso di una assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile verso terzi;
  • l’uso del casco protettivo;

Tutte queste disposizioni sono previste dal Decreto legislativo n. 40 del 2021, in vigore dal 1° gennaio 2022, che si applica anche a chi scia in stato di alterazione psico-fisica dovuta all’assunzione di droghe.

 Sciate responsabilmente!

Studio Legale Liberatore (avv. Domenico Liberatore)

È ormai tipico il caso del pedone che invece di guardare la strada attraversa incurante le strisce con gli occhi puntati sul cellulare, addirittura attardandosi o quando la luce semaforica è ormai diventata rossa.

In caso di incidente, la regola rimane quella della presunzione di colpa in capo al conducente che in base all’art. 2054 del codice civile è sempre responsabile delle imprudenze altrui se prevedibili.

A ribadirlo è una recentissima decisione degli Ermellini ancora in fase di pubblicazione che richiama l’ormai prevalente orientamento giurisprudenziale già consacrato dalla sentenza della Corte di Cassazione Penale, Sezione IV del 27.11.2019, n. 51147.

La regola prudenziale e cautelare fondamentale che deve presiedere al comportamento del conducente, deve essere sintetizzata nell'”obbligo di attenzione” che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone sì da potere porre in essere efficacemente gli opportuni (rectius i necessari) accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento.

Per cui, automobilisti, non confidate troppo nel diritto di precedenza e siate cauti.

Studio Legale Liberatore (Avv. Domenico Liberatore)

 

La cessione del quinto dello stipendio, o della pensione, è la forma di finanziamento preferita dalle banche. E anche dei risparmiatori. Questo perché le rate vengono ritirate alla fonte, già dalla busta paga. L’ente finanziatore ha quindi la garanzia della riscossione. Chi riceve il finanziamento ha più facilità, rispetto ad altre forme di prestiti, di ottenere il denaro.

Molto spesso la cessione viene rinegoziata. Questo perché la rinegoziazione permette di veder riaccreditata sul proprio conto la quota capitale già versata. Altre volte, per mutate esigenze personali, viene chiesta l’estinzione anticipata della cessione del quinto dello stipendio. In entrambi i casi viene chiusa la cessione (in un caso ne viene riaperta un’altra, nell’altro no) prima della sua scadenza naturale.

La prassi delle banche, o delle finanziarie, è quella di far pagare subito gli interessi di tutto il finanziamento, così come le spese di gestione e l’assicurazione. Quindi tutti i costi relativi alla cessione del quinto vengono pagati all’ inizio del finanziamento.

Quando la cessione del quinto viene chiusa anticipatamente, molto spesso le banche si “dimenticano” di restituire le spese non godute, ma già incassate! Si tratta infatti delle spese pagate anticipatamente, relative a tutta la durata della cessione del quinto, e godute solo in parte. Solitamente la cessione del quinto ha durata di dieci anni e viene rinegoziata dopo quattro. Molto spesso non vengono rimborsate tutte le spese già sostenute per i sei anni rimanenti e non godute. Eccoci quindi al RIMBORSO CESSIONE DEL QUINTO!

Quindi, se hai estinto anticipatamente o hai rinnovato un contratto di cessione del quinto o della pensione negli ultimi 10 anni, puoi verificare con noi se la banca ti ha restituito tutto ciò che ti spetta.

Il nostro studio offre consulenza gratuita per valutare l’esistenza o meno di anomalie contrattuali bancarie ed attivare la richiesta di rimborso.

Studio Legale Liberatore (Avv. Domenico Liberatore)

A breve pubblicheremo l’intervento integrale (trascritto) ed il video dell’intervento dell’avv. Cassazionista Domenico Liberatore sulla Costituzione.